Nella tutela dei diritti dei detenuti, scrive Stefano Anastasia nell’introduzione a questo libro di Cogliano, il carcere riformato, a partire dagli anni settanta, si è affidato alla magistratura di sorveglianza. Certamente, soprattutto in quegli anni, questo occhio giurisdizionale ha squarciato il velo sugli abusi e le negazioni di diritti nelle carceri italiane. Ma poi, con l’ampliarsi delle competenze e delle attribuzioni del magistrato di sorveglianza, vero giudice della pena in concreto attraverso la decisione sulle misure alternative alla detenzione, il suo ruolo di garante dei diritti è andato via via sfumando. L’idea che la restrizione della libertà personale possa comportare conseguenzialmente il disconoscimento delle posizioni soggettive attraverso un generalizzato assoggettamento all’organizzazione penitenziaria – scrive la Corte costituzionale – è estranea al vigente ordinamento costituzionale, il quale si basa sul primato della persona umana e dei suoi diritti. Salute, affettività e relazioni interpersonali, istruzione, lavoro e formazione professionale: generazioni successive di diritti possono costituire una barriera contro la tentazione retributiva nell’esecuzione penale e possono rimettere il carcere in lotta con se stesso, con la sua stessa necessità e il suo destino nel processo di civilizzazione delle pene. Anche a questo serve la definizione di un apparato articolato ed efficace nella tutela dei diritti dei detenuti.
