La ricerca sul suicidio in Italia risente dell’antica paura del coinvolgimento collettivo e della sua diffusione incontrollata, come se fosse provocato da un “virus” esterno all’uomo e alla società. L’imitazione del gesto di Werther, da parte di molti giovani lettori del romanzo di Goethe, ha avvalorato questa ipotesi e dalla fine del XVIII secolo, il periodo del contagio è rimasto vivo nella memoria collettiva intorno al suicidio. Di conseguenza ancora si pensa, come allora, che parlare e scrivere sul suicidio ne provoca altri, con il risultato purtroppo, dell’assenza di qualsiasi misura preventiva da parte delle Organizzazioni Sanitarie operanti nel nostro Paese.
La ricerca presentata in questo volume è invece, la dimostrazione dell’inversione di tendenza: “scrivere del suicidio è uno dei modi per prevenirlo”. Gli obiettivi principali della ricerca sono: documentare e chiarire la relazione che intercorre tra le forme di emarginazione (espresse da ruoli sociali subalterni, dalla disoccupazione, ecc.) e il suicidio; ricercare in un centro dell’Italia meridionale il substrato socio-economico dei fenomeni di suicidio ivi verificatisi. La ricerca, in definitiva, dimostra che in Italia il suicidio è aumentato soprattutto dove è grande l’emarginazione.