La diffusione del computer, la sua utilizzazione diversificata e sempre più sofisticata sembrano costituire una nuova svolta nella storia dell’umanità. Non a caso si paragona il fenomeno a una sorta di nuova “rivoluzione” che, dopo quella industriale, si presume capace di ridare futuro all’uomo. In questo quadro ancora generico, accanto agli entusiasmi diffusi di una pubblicistica orientata a un nuovo fiorente mercato, si levano voci dissenzienti che stigmatizzano l’avvento del computer come l’ennesima illusione che l’uomo proietta davanti a sé, gravida di conseguenze negative. Spicca tra queste tendenze contrapposte e spesso troppo parziali la posizione di Joseph Weizenbaum, uno dei pionieri della “scienza del computer”, oggi perplesso e preoccupato e molto meno fiducioso nel potere del computer di molti suoi colleghi, da cui è duramente attaccato. In che cosa consiste l’ “eresia” di Weizenbaum? Nella consapevolezza che le macchine, per quanto umanizzate, non potranno mai essere decisive né risolutive delle contraddizioni dell’uomo: anzi, dobbiamo costatare come ogni grande scoperta, ogni nuova tecnologia trovino – appena è possibile – un’applicazione in campo militare, ponendo premesse sempre più preoccupanti ad esiti catastrofici di nuovi conflitti.
In questa visione realistica, assume grande rilevanza la personale responsabilità degli scienziati, chiamati ad essere consapevoli delle applicazioni del loro lavoro e ad obiettare di fronte a ogni ragione strumentale tesa a trasformare le conquiste dell’uomo in strumenti di distruzione.