La ricerca presentata in questa pubblicazione è un contributo alla conoscenza di una comunità che vive in mezzo ad una società oramai stabile e che normalmente nessuno ascolta. La stragrande maggioranza di coloro che vengono chiamati nomadi vive stabilmente nello stesso luogo, sono sentiti come stranieri e invece moltissimi sono di nazionalità italiana. Il nomadismo diviene prevalentemente una questione di necessità. A “girare” sono prevalentemente famiglie espulse dai Balcani che non si fermano in nessun luogo perché non viene loro consentito. A causa dei pregiudizi, l’atteggiamento più diffuso nei loro confronti è basato sul sospetto e sulla diffidenza: i diretti interessati sanno bene che nascondere la loro origine li aiuta ad avere un lavoro o una casa. Oggi nell’Unione Europea milioni di rom, sinti e caminanti vivono sotto la soglia della povertà e sono ancora oggetto di discriminazioni sociali e persecuzioni politiche: un razzismo che sfocia spesso in atti di violenza e che spesso porta la comunità minoritaria ad agire tramite mendicità e furto.
Il Comitato europeo per i diritti sociali (Ecsr) ha accusato l’Italia di violare sistematicamente i diritti di rom e sinti. La ricerca presentata in questa pubblicazione, è di tipo esplorativo ed è rivolta alla conoscenza della presenza delle popolazioni “nomadi” in provincia di Venezia, è un contributo alla conoscenza di una comunità che vive in mezzo ad una società stabilizzata ma per loro nuova, cercando di favorirne l’integrazione.
Un’integrazione che consenta lo sviluppo del senso di appartenenza e stimoli un atteggiamento di cittadinanza attiva, collaborativa e responsabile. Si insegna che la marginalità e la povertà creano disagio e rabbia rendendo il terreno fertile all’illegalità, che a sua volta genera un conflitto sociale. Il rispetto della diversità e l’accettazione sono le condizioni indispensabili per evitare l’innescarsi di meccanismi di rifiuto ai quali viene risposto con il disprezzo delle regole e della convivenza civile.
