Informazione senza frontiere nasce nel 1988 da un’intuizione di Arci, Acli e Federazione Nazionale della Stampa. Un’intuizione tesa a colmare uno spazio socio culturale vuoto, mettendo insieme le esperienze delle due più grandi e storiche associazioni laica e cattolica, con il sindacato unitario dei giornalisti. Associazionismo e sindacato, conoscenza dei meccanismi dell’informazione e della comunicazione e esperienze di partecipazione, difesa dei diritti, solidarietà e cooperazione internazionale.
Ogni 3 maggio, giornata mondiale della libertà d’informazione, a Firenze si discute, con la presentazione di uno specifico volume, su quanto “bolle in pentola” in particolari zone del globo.
Con “Giornalisti e media tra orrori e speranze”, scrive Carlo Umberto Salvicchi, presidente di Informazione senza frontiere, continuiamo con il lavoro scientifico concentrandoci in una zona a noi vicina, addirittura familiare. E lo è per tanti motivi. La vicinanza geografica e culturale, l’interscambio storico tra l’Italia e il più grande paese dirimpettaio al di là dell’Adriatico. Lo è soprattutto dal 1992 in poi per i sanguinosi fatti delle guerre di Bosnia, Kosovo e Serbia, per i tumultuosi venti che hanno soffiato ciclicamente nelle società di Croazia, Montenegro, in parte anche in Slovenia, senza parlare delle vicine Albania e Macedonia. Chi scrive ha avuto modo di conoscere direttamente, sia pure in spazi temporali molto brevi, quelle realtà nei momenti più difficili. Ho avuto modo di non poter dimenticare facce e storie di donne e uomini, vecchi e bambini, che hanno vissuto momenti drammatici. Storie tristi e morti, tante morti, tutte assurde ed avvolte in una spirale di odio razziale difficilmente comprensibile alla razionalità. Questo libro deve servire anche a riparlare di queste terre. Le guerre dell’ex Jugoslavia hanno lasciato la potenzialità mediatica ad altre guerre ancora, ma i problemi restano, grandi, spesso irrisolvibili. Ecco perché parlare di informazione in quest’area è l’ambizione di questo volume; è come riaprire una finestra nella storia e nel futuro, a dieci anni dai primi sconvolgimenti.
