Il libro non tratta di curiose ricette, né fornisce suggerimenti gastronomici. Attraverso un secolo di storia italiana, insegue invece le tracce dei digiuni e degli appetiti insoddisfatti, dei guasti patologici, delle culture e dei riti legati al cibo.
Dalla “frugualità” e dalla “sobrietà” delle polente, fino all’esubero calorico e proteico degli ultimi decenni, quando, in concomitanza con il “miracolo economico”, si è potuto mangiare di più e meglio e l’abbuffata, che generazioni di italiani avevano sognato e accarezzato, poteva dirsi a portata di mano.
Eppure i nuovi ritmi di vita e di lavoro hanno fatto sì che si continuasse a mangiare in maniera precaria, nelle mense, nei fast-food e nelle tavole calde, o addirittura a saltare i pasti.
Anche se non si trattava più di una questione di mancanza ma di abbondanza, si riproponevano le regole della rinuncia e dei condizionamenti, tanto che l’appagamento del mangiare con gusto e piacere forse non è durato neppure il tempo di una generazione.
Al desiderio del cibo che non si aveva, è infatti subentrata l’ansia di averne troppo e di non potere soddisfare gli appetiti in nome della “leggerezza” culinaria e della sbrigatività gastronomica, degli effetti dietetici e delle conseguenze sanitarie.
