Il libro di Luigi Lanza, nell’utilizzare un ricca esperienza anche da avvocato e da giudice minorile, maturata prima dell’operare come magistrato di corte d’assise, analizza attentamente il capitolo che meglio si adatta alla logica della composizione non soltanto togata: quello degli omicidi volontari, con speciale riguardo a quelli familiari.
E’ un indagine, fra il giuridico, il sociologico e lo psicologico, che vuole non tanto chiarire l’intreccio difficilmente spiegabile di contingenze, personali, culturali ed ambientali, che connotano il momento del giudicare, quanto rendere conto dei problemi che impegnano, da un lato, i giudici di carriera, espressione del tecnicismo giuridico e del formalismo normativo, e, dall’altro, i giudici popolari, portatori di un continuamente aggiornato sentire umano comune.
La seconda parte del volume si occupa essenzialmente della violenza con esito mortale tra componenti di una stessa famiglia, legale o di fatto, distinguendo gli omicidi in atti di violenza orizzontale tra eguali (coniugi, conviventi, fratelli) e in atti di violenza verticale tra generazioni (genitori, figli). La narrativa di trenta casi di omicidio domestico, desunta dalla motivazione in fatto e in diritto di altrettante sentenze d’appello, delle quali l’autore è stato estensore, li distingue appunto in due grandi categorie, a seconda del rapporto tra imputato e vittima.
