“L’Africa nei connotati e nelle forme attuali, è una creazione coloniale. Il continente non può esistere e non è mai esistito all’infuori di questa ‘creazione’. L’Africa percorre una corsia marginale, nella quale lo sviluppo è forzatamente lento e irraggiungibile. La sfida, per il continente e il suo popolo, è quella di uscire da questa corsia di origine coloniale. È da qui che l’Africa può rigenerarsi”. Così si esprime nelle prime pagine del libro Nuruddin Farah, una delle tante voci che compaiono in questo lavoro, docente di letteratura nelle università africane, che ha voluto rimarcare il contrasto tra la vita autentica africana e la percezione che dell’Africa hanno gli Occidentali. Come si può parlare di ‘globalizzazione’ mentre l’Africa muore? Ecco, l’intento che si propone questo libro parte proprio da qui: dagli africani stessi e dalla scommessa di credere che l’Africa possa trovare da sé le risorse umane e intellettuali per uscire dal tunnel della povertà e della miseria. Chi muore è il popolo, è la gente, che tutti i giorni percorre decine di chilometri per raggiungere il primo mercato, il centro sanitario più vicino, la scuola, il campo da coltivare, che vive con meno di un dollaro al giorno.
Lasciando da parte i dati, allarmanti e incalzanti sul numero di persone che muoiono di fame o che contraggono il virus dell’Hiv, flagello del “continente nero”, sarebbe opportuno ridare voce a tutte queste persone, che hanno sicuramente molto da dire, cominciando a pensare che nell’immenso processo di globalizzazione abbiamo bisogno anche di loro. Angelo Ferrari ha incontrato alcuni di loro, li ha fatti parlare, raccontare cosa pensano di ciò che sta accadendo nel mondo, nel loro continente; le tante risposte che ci sono le scopriremo nelle interviste, domande e risposte, che compongono questo libro.
