Pietro Paolo Marconi, impiegato dell’Enel, volontario per vocazione, scrittore per caso, riesce a dare un senso profondo e ricco, di altruismo ad un’esperienza personale, anzi a quello che lui stesso definisce “il momento magico” della sua vita. Il racconto lascia la sfera privata e diventa suggestione condivisa. Quel lontano 26 Aprile del 1986, data del disastro nucleare in Ucraina, si avvicina pagina dopo pagina; le sfocature del ricordo cedono alla forza di immagini nette, crude, eppure mai enfatizzate. Laddove istituzioni e media rimangono nell’indifferenza, il volontariato si è fatto avanti restituendo pezzettino dopo pezzettino un senso di fiducia e di speranza.
Le vittime delle radiazioni, per le quali il futuro rimane un’incognita, non sono presentate dall’autore come anonimi fantasmi offerti alla pietà, ma ciascuno ha un nome, una storia. Tola, Micha, Sacha, Alexel, Grisha, Valia, “i figli” come li definisce Pietro Paolo Marconi – che dal 1994 è presidente del “Forum per i diritti dei bambini di Chernobyl” – che diventano un po’ anche i nostri.
