Rispetto al silenzio la nostra epoca si trova in un’interrogazione radicale. Non il requisito o il premio proposto dalle tecnologie della comunicazione, né il mistero dei credenti in un un’avanguardia della ragione, il silenzio si trova qui, fra un miraggio e una traccia, a tessere i nodi di una storia delle origini del linguaggio.
La storia di Janmari, il bambino autistico che vive da tredici anni a fianco di Deligny, è l’occasione per una pratica particolare: parlare la lingua delle carte, tracciare i percorsi dei bambini e poi, lungo attente analisi, accorgersi che il silenzio è strutturato, situato in un discorso.
È così che tessendo senz’attesa per ciascun bambino un’esistenza differente, offrendogli l’occasione di essere un altro. Deligny si pone, lontano da ogni modellistica, alla frontiera delle istituzioni della psicologia e della pedagogia. In una scrittura di un’invenzione e di una poesia sorprendenti Deligny avanza ipotesi teoriche che emergono oltre che da un’elaborazione personale condotta in quarant’anni di pratica a fianco dei bambini “difficili” anche da un confronto con l’elaborazione psicoanalitica della questione del linguaggio.
Questo libro non ha solo il valore di una testimonianza ma situa l’istituzione in modo differente: non come feticcio o fobia di ogni rivoluzione ma come luogo di parola.
