È il resoconto dell’esperienza di monsignor Antonio Riboldi nella sua Sicilia.
Certamente è difficile cogliere in lui il fuoco di un provocatore come l’Abbè Pierre o la durezza profetica di un don Milani. È un prete-prete, qualche volta, come nelle prime pagine di questo libro, sembra nostalgico d’una chiesa d’altri tempi, con le sue opere murarie, la sua Azione Cattolica e il suo frasario mielato: Madrice, Patria e Religione, “L’Angelo in famiglia”… Eppure provatevi a lasciarvi prendere per mano da lui e vi troverete d’un tratto nel cuore di una lotta in cui la “non violenza” è territorialmente violenta: cioè fa sentire tutto il peso di una forza che nasce dalla giustizia reclamata dai poveri e per i poveri, dal disinteresse personale, dalla mancanza di odio per gli uomini e dal giudizio esattamente spietato per i loro frutti guasti. Il suo libro provoca un esame di coscienza. È una lezione scomoda, aspra, talvolta amara, come scomoda, aspra ed amara è stata (e sinora è) la condizione dei “terremotati”. Ma è anche una storia che dimostra come, nonostante tutto, la democrazia possa crescere nel Paese e la sovranità popolare diventare qualcosa di più che un fregio per gli edifici costituzionali. Davanti allo Stato delle malversazioni e delle “trame nere”, la gente del Belice dimostra come le masse, quando siano consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, possano esse stesse, diventare finalmente Stato.
