Sull’Arco di un millennio, dal V al XV secolo, Mollat segue la storia di quei soggetti senza archivi e spesso senza volto che sono i poveri. Emarginati e ambigui, essi condividono tutti la medesima impotenza a uscire dalla propria miseria senza l’aiuto del prossimo, pagando il prezzo di una dipendenza morale e materiale. L’ambiguità del povero nasce dal sospetto: girovago, il povero non è soltanto mal conosciuto è addirittura sconosciuto. Uscito dal suo quadro sociale, non potrebbe essere un ribelle? O un vagabondo o addirittura un propagatore di epidemie? Perciò gli ospizi non davano ricetto ai poveri di passaggio che per un tempo limitato e, in periodo di pericolo, si rifiutava loro persino l’accesso alla città. Eppure, la posizione del povero all’interno della società si è andata via via trasformando: da deboli, viventi all’ombra dei potenti (V-XI sec.), a umili nella comunità cristiana (XI-XIII sec.), a indigenti di fronte ai ricchi (da San Francesco alla Grande Peste), a poveri e pezzenti guardati quali presenze fastidiose e inquietanti (XIV-XVI sec.).