L’interesse della Regione Lazio verso il “pianeta carcere” va oltre i più rilevanti compiti istituzionali, soprattutto in un momento in cui i problemi della “detenzione” sono al centro del dibattito politico e toccano il cuore e la sensibilità della gente comune.
L’attenzione al convegno di Rebibbia era un atto dovuto, in modo particolare per le dimensioni della popolazione carceraria e per la gravità dei problemi strutturali ed organizzativi che essa comporta – per rompere l’isolamento – che con le incrostazioni del tempo è diventato quasi un pregiudizio culturale tendente a sancire l’estraneità del mondo carcerario al resto della città.
A questa situazione hanno contribuito difficoltà oggettive, ma anche la diffusa sensazione che facessero parte integrante della “pena” l’insufficienza delle strutture ed il disinteresse della pubblica opinione e delle pubbliche amministrazioni. La precarietà nell’amministrazione della giustizia ed i tempi lunghi e dilaceranti per arrivare a sentenze giuste e definitive hanno fatto alla fine emergere problemi politici nuovi che non possono essere risolti in chiave puramente tecnica o con il semplice rinnovamento delle strutture, pur così necessario. Si impone all’amministrazione regionale un’attenzione di qualità superiore alla natura ed ai tempi della detenzione e una revisione, quindi, dei propri compiti istituzionali; si evidenzia in maniera sempre più incisiva un ruolo più continuativo ed intensivo da parte della comunità cittadina, e nelle sue espressioni istituzionali o di volontariato, affinché il cerchio di isolamento e di diffidenza venga sostituto da un circuito di rispetto, di attenzione e di occasioni di recupero e di inserimento.
Gli Atti del Convegno tenutosi a Rebibbia il 29-6-1984 e organizzato in collaborazione con il Ministero di Grazia e Giustizia, segnano per la Regione un momento di questa riflessione e di questa maturazione di interesse.
