“A voler fare troppe capriole nel ventre di mia madre, mi sono annodato il cordone ombelicale attorno, al collo e… puoi vedere tu stesso i danni: ho un po’ di difficoltà a coordinare i movimenti, il mio passo è esitante e parlo lentamente”. Così si presentava, all’inizio di un dialogo immaginario con Socrate, l’Autore di questo libro, nella sua prima fatica letteraria, Elogio della debolezza. Troppe capriole, forse un precoce eccesso di leggerezza, di quell’arte impalpabile così ben descritta da Italo Calvino in una memorabile “Lezione americana” in cui spazia dalle Metamorfosi di Ovidio al Decamerone di Boccaccio al Cyrano de Bergerac per finire con un racconto di Kafka
E la leggerezza, anche per Alexandre Jollien, diventato adulto eppure sempre indaffarato nell’imparare il “mestiere di uomo”, è lo strumento più duttile per trarsi d’impaccio dalle situazioni più pesanti e intricate: “Diventare leggeri significa accettare umilmente la sorte dopo aver tentato di tutto per sradicarne il lato oscuro”.