Il volume appartiene a quel genere di confine che può definirsi “racconto di esperienza”. Esso consiste nel portare alla luce un tema di rilievo sociale e umano attraverso la narrazione di una vicenda vissuta personalmente dalla voce narrante, un genere che non prescinda dalla ricerca di un’autentica cifra letteraria. In questo senso, Il piccolo Principe Cannibale è il frutto di una straordinaria occasione: una scrittrice di successo si trova ad affrontare il problema di un figlio affetto da autismo infantile; come guarirlo senza smettere di dar voce al proprio sentimento di madre e alla propria vocazione di scrittrice?
È il viaggio al centro di una maternità ferita. Jean, Il piccolo Principe, il bambino che pretende di essere chiamato Sylvestre perché rifiuta anche il suo nome, ingaggia con il suo mutismo una lotta straziante con la madre e ne rode l’anima di scrittrice esaltandone al contempo la passione materna. Nel corso del libro emerge la figura di Bianca, la protagonista di un romanzo che la madre sta tentando di scrivere. Ma Bianca deve morire perché Jean Sylvestre viva. Allora la narratrice cesserà di intrecciare realtà e finzione e il Piccolo Principe sarà salvo. La lacerazione tra la madre e la donna scrittrice dà a questo libro commovente una tensione estrema. La riuscita dello stile è, anch’essa, una vittoria dell’amore.