“A ben poco serve attaccare l’istituzione del manicomio – afferma l’autore di questo volume – se non si porta un attacco radicale allo stesso giudizio psichiatrico che ne è alla base, mostrandone l’insussistenza scientifica. Finché non sarà abolito il servizio psichiatrico, la realtà della segregazione continuerà a fiorire dentro e fuori le pareti del manicomio”. Dall’“istituzione negata” alla negazione della psichiatria. Infatti, la tesi centrale del libro di Antonucci è che la malattia mentale non è una malattia e la psichiatria non è una scienza. Un’affermazione dura, perentoria che potrebbe suonare incredibile se non fosse fondata su 250 certezze, tante quanti sono i suoi attuali pazienti di Imola “liberati” dalla segregazione psichiatrica. Sulla base della sua ventennale esperienza nelle istituzioni manicomiali Antonucci non teorizza, dimostra, proprio attraverso i “casi limite”, a che cosa porta il pre-giudizio psichiatrico: a una condanna senza processo, senza difesa e senza possibilità di appello. Non esiste un’alternativa alla psichiatria se non l’abolizione della psichiatria. Il ricorso dell’autore all’esperienza personale non risponde a uno scopo autobiografico ma alla necessità di portare il lettore a osservare la realtà senza pregiudizi, a conoscere uomini e donne vittime dei trattamenti psichiatrici, a fondare la critica su storie vere, su fatti concreti e inconfutabili. Di qui il valore scientifico del libro, ricco di “prove documentali” – le cartelle cliniche – che smascherano la psichiatria come scienza e infrangono le nostre sicurezze.