C’è una contraddizione costitutiva della modernità, ed è la negazione della comunità tradizionale in cambio della promessa di realizzare una comunità di eguali. Il paradosso della modernità consiste nell’anticipare la realizzazione di quella promessa nel formalismo dei diritti. La sua tragedia, nella constatata impossibilità della comunità entro la struttura dello Stato burocratico. In comune l’esperienza liberaldemocratica e quella del “socialismo reale” hanno la rimozione della comunità: della comunità tradizionale, verso la quale non è certo il caso di provare alcuna nostalgia, e soprattutto della comunità promessa, che sembra oggi destinata a svanire definitivamente nella omologazione universale. Contro il formalismo sistemico, che è insieme l’espressione e il punto di arrivo della modernizzatrice impresa di neutralizzazione dell’alterità e del conflitto, l’ipotesi dell’autore è che fra Stato e individuo resti, insopprimibile, la dimensione propriamente sociale (e storica) della persona e dei legami comunitari.
L’idea è quella di una “nuova comunità”, frutto di una crescita democratica che, a partire dai movimenti sociali, apra un’autentica prospettiva politica. Questa non può essere surrogata dalla formale astrattezza del diritto e presuppone la ridefinizione di una identità critica e progettuale forte: in termini nuovi, si ripropone la questione comunista.