Devianza e criminalità sono spesso, per gli studiosi di patologie sociali, oltre che per l’opinione pubblica, fenomeni da ricondurre a situazioni di povertà, di conflitto sociale e di squilibrio economico. Questo schema interpretativo tuttavia non ci aiuta molto a capire il caso di Verona, pacifica e ricca città della terza Italia. Com’è possibile, allora, spiegare la presenza dei 3500 tossicodipendenti da eroina, che fanno della città uno dei contesti più emblematici nel panorama nazionale degli stupefacenti? Alla ricerca di ipotesi alternative, gli autori partono proprio dal modello di sviluppo veronese per verificare il rapporto tra sviluppo socioeconomico, mercato della droga e popolazione giovanile. Tre in particolare sono i fattori esplicativi che sembrano aver favorito, una volta insinuatisi sul territorio, la rapida espansione del mercato della droga negli anni ‘70-80: l’assenza di conflitti e di una criminalità organizzata preesistenti all’organizzazione del mercato illecito; il trasferimento del modello di sviluppo veronese, centrato sui valori dell’intraprendenza e del duro lavoro, al mercato illegale; la particolare posizione della città sulla rotta del traffico internazionale degli stupefacenti. Emerge un profilo atipico, connotato da tendenze diverse da quelle attese; per esempio, la prevedibile correlazione tra diffusione degli stupefacenti e crescita della criminalità a Verona non si verifica; anzi, all’assestamento del mercato, dal 1980 in poi, si accompagna un declino piuttosto netto dei vari tipi di criminalità; infine, le stesse stime del fatturato e dei profitti dell’economia dell’eroina a Verona e provincia risultano largamente inferiori a quelle che la stampa, periodicamente, ci propone.