Negli ultimi due decenni quasi ottanta milioni di persone hanno abbandonato la propria casa, l’hanno persa, hanno dovuto mettersi in cammino per ricercarne un’altra. In inglese casa è definita con la parola home che contiene in sé contemporaneamente i significati di: casa, residenza, focolare domestico, famiglia e patria. Essere “a casa” pertanto significa sentirsi integri, avere un posto nel proprio mondo, appartenere ad un luogo. Il senso di vuoto primario che avverte chi come un profugo è costretto a perdere la propria casa, lo smarrimento, il senso di sradicamento. Sono questi i temi portanti di questo libro che può esser visto come uno strumento utile a chi sostiene, assiste, accoglie un rifugiato, utile per comprendere meglio gli effetti psicologici della perdita, utile per prestare la propria opera in maniera di attivare le risorse interiori dei rifugiati stessi. Un libro che affronta il tema delle esperienze di sradicamento e dell’essere senza un tetto dei rifugiati; i loro tentativi di recuperare un senso di ‘casa’ e le loro esperienze personali o come testimoni, avendole subite o essendone stato traumatizzati, di violenze fisiche ed emotive. L’autore ha raccolto i pensieri di eminenti clinici, studiosi e professori universitari di discipline ed orientamenti diversi per affrontare i problemi centrali che riguardano la dimensione della salute mentale delle persone che chiedono asilo e dei rifugiati e per far sì che l’assistenza terapeutica (in ogni sua forma) possa offrire opportunità di guarigione e di convivenza con questa dolorosa perdita.
