Roma, Rebibbia, sezione penale: due operatori – un uomo e una donna – varcano ogni giorno il portone del carcere per incontrarsi con i detenuti: esseri umani come loro, eppure diversi, “altri” da loro, perché immersi in una realtà che è diversa, che è “altra”. Non sono tanto le sbarre a estraniare i detenuti dalla società che vive “fuori”, ma la situazione psicologica in cui si trovano: il carcere li spoglia del loro patrimonio di esperienze vissute – per tristi e avvilenti che possano essere – dando loro in “compenso” una storia sua, preconfezionata e uguale per tutti, fornendo all’esterno un’immagine di popolazione detenuta anonima e massificata, in cui l’individualismo si annulla e perde qualsiasi valore e potenzialità di cambiamento.
Così le storie dei detenuti, uomini e donne, vecchi e giovani, tutte diverse l’una dall’altra anche se contrassegnate da qualche tragico elemento comune (e spicca tra questi la droga, l’eroina, la “signora bianca” come viene chiamata nel gergo della malavita), perdono i loro connotati precisi fino a diventare indefinibili come gli infiniti punti di un arcipelago smisurato. Proprio contro questo annullamento lottano oggi gli operatori nel carcere: combattono, a fianco a fianco con i singoli detenuti, perché sia riconosciuta la loro individualità; né cercano, instaurando con loro un rapporto di mutua fiducia, la confidenza e il rispetto; si adoperano con ogni mezzo per aiutarli ad avere stima di se stessi e speranza in un futuro migliore; tentano di aiutare i reclusi a ritrovare, alla fine della loro odissea carceraria, la loro identità di esseri umani.
