L’animazione culturale è approdata in Italia alla fine degli anni sessanta assumendo subito il significato di una forma di espressione–comunicazione alternativa e rivoluzionaria. Mentre in altri paesi europei la sua storia antica l’ha sempre fatta considerare un’attività educativa irrinunciabile in tutti i contesti non scolastici – dallo sport alla cultura, dal tempo libero alla partecipazione -, in Italia è stata talmente caricata di ideologia e di speranza palingenetica dal condannarla a un rapidissimo esaurimento.
Il libro documenta un’esperienza concreta in cui l’animazione culturale è stata presa sul serio da un Ente Locale. Esso ha coinvolto circa 150 giovani intellettuali, li ha distribuiti sul territorio (nei centri culturali e nelle scuole), li ha formati “in servizio”, li ha aiutati nella creazione di compagnie teatrali e di cooperative di servizi, li ha perfino assunti in parte alle sue dirette dipendenze. Malgrado le molte difficoltà incontrate, oggi la città che quell’Ente Locale governa si è arricchita di un gran numero di iniziative sociali e culturali di alto livello, che vengono proposte e gestite da questi stessi ex giovani animatori. Si è trattato di un caso di investimento sulla cultura partecipata e diffusa nel territorio, che presenta aspetti di sorprendente attualità.
