La storia del servizio sociale conosce oggi una fase di particolare incertezza, in cui teorizzazioni ed esperienze del passato da un lato, servizi ed organizzazioni sempre più complessi dall’altro, devono confrontarsi e re-interpretarsi rispetto ad una dimensione “uomo” sempre più complessa e differenziata.
Nel passato, nella fase che ha visto protagonista la “città”, come luogo privilegiato di equilibri possibili della dimensione bisogni/risorse, sembrava un’ipotesi semplice delineare e tratteggiare una dimensione-uomo “finita”, chiaramente individuata nelle sue aspirazioni così come nelle possibili strategie risolutive. L’uomo “sociale”, l’uomo “moderno” del sogno ottocentesco è uomo dai percorsi inequivocabili, per il quale, quindi, non è difficile ipotizzare e formulare risposte ai suoi problemi. È su questa linea che il servizio sociale muoverà i suoi primi interventi, sviluppandola secondo modelli sempre più ampi e comprensivi: è in questa ipotesi di “modernità” che troverà un suo senso specifico. Forte, nel momento primo, nel quale questa ideologia promette e garantisce libertà e progresso, il servizio sociale troverà in questa stessa “mitologia” portata all’esasperazione i presupposti della sua debolezza e della sua frantumazione. L’uomo “moderno” risulterà, infatti, contro ogni ipotesi o illusione, una “dimensione” sfuggente e inafferrabile nei suoi tratti più specifici, ricca di mille sfaccettature e dai percorsi imprevedibili. Così i bisogni e le risorse. Ed è con questa “dimensione vitale” che ri-emerge, al di là di ogni ipotesi razionalizzatrice e pianificatrice che il servizio sociale dovrà ri-confrontarsi, ri-definirsi nella ricerca di un suo nuovo senso.
