A quanto pare siamo in guerra, anche se non si tratta di un conflitto armato, ma di una guerra economica senza esclusione di colpi. In nome della redditività d’impresa e della massima produttività dell’individuo, si sacrificano vittime sull’altare del neoliberismo. Nuove aziende vengono distrutte ogni settimana, le piccole e medie imprese sono più vulnerabili. I lavoratori ritenuti non sufficientemente formati, duttili o temprati per lo scontro vengono eliminati senza tanti scrupoli. Queste le sofferenze di cui psicologi ed operatori sociali sono testimoni consueti. Ma se non è una novità constatare la durezza delle condizioni di lavoro a cui veniamo sottoposti, è interessante invece chiedersi perché si assiste sempre più a una rassegnazione fatalistica davanti a tali condizioni, a un drastico diminuire della solidarietà, a un’accettazione di questa guerra economica come naturale.
Tutti noi siamo consapevoli della nostra complicità in quell’ingranaggio micidiale che è la produzione; per rimuovere questa dolorosa coscienza, elaboriamo una serie di meccanismi di difesa che ci rendono indifferenti davanti all’ingiustizia sociale.
