Contro ogni iniziale aspettativa, la Lega ha incarnato il più dirompente fattore di mutamento elettorale del dopoguerra italiano, forse il principale elemento di novità nello scenario politico della prima repubblica. Accolta con un misto di derisione e timore per le ingenuità dialettali e per i tratti razzisti e antidemocratici dell’esordio, la galassia leghista si è dapprima presentata come movimento “etnico-politico”, si è trasformata poi in alfiere della rivendicazione regionalistica, per giungere infine al paradosso di un movimento nemico dei partiti che si propone oggi come “partito del Nord” alla conquista dello Stato. La lega si è imposta spezzando i fondamenti tradizionali dell’identità e della delega politica: la religione, la classe, l’ispirazione laico-riformista. Al loro posto ha introdotto – con successo pari alla rozzezza del porgere – altri riferimenti, ripescati nelle contraddizioni e negli stereotipi vecchi e nuovi della società italiana: il contrasto tra Sud e Nord, tra centro e periferia, tra pubblico e privato, tra società civile e rappresentanza partitica.
Ilvo Diamanti disegna un modello interpretativo in grado di spiegare la nascita, lo sviluppo e l’affermazione del leghismo. Ne emerge il primo ritratto completo della Lega, che non solo registra e discute l‘evoluzione della domanda politica – dalla geografica del voto alle caratteristiche sociali degli elettori e dei militanti – ma giunge ad indagare, anche con innovative procedure d’analisi, la mutevole offerta politica del leghismo, il linguaggio, i valori, le scelte, le identità dei suoi dirigenti.