Nel 1999 il conflitto balcanico ha dato un’accelerazione ai processi migratori in atto già da alcuni anni verso alcuni paesi europei, mutandone in parte la natura. Infatti ai normali flussi migratori tipici degli ultimi dieci anni, si è sovrapposta una “biblica cacciata” di centinaia di migliaia di persone innocenti, albanesi abitanti in Kosovo, dalle proprie case e dai propri territori per ragioni di “pulizia etnica”. Il nostro paese che è alla frontiera nel Mediterraneo vi è stato coinvolto in modo diretto e profondo.
La sensibilità comune immediatamente si mobilita verso le ferite e le sofferenze del corpo, in situazioni di emergenza umanitaria. Esiste la medesima sensibilità nell’individuare con la stessa sollecitudine le ferite della mente e nel prendersi cura delle conseguenze psichiche della guerra e delle catastrofi in genere? Durante gli interventi di primo soccorso, si bada soprattutto, se non in modo esclusivo, alle esigenze primarie , materiali soprattutto: si raccoglie cibo, vestiario, si provvede ai ripari dalle intemperie; da un punto di vista sanitario, di solito, gli operatori sono stati sempre attenti a offrire cure e assistenza per le malattie fisiche. Spesso sembra inopportuno parlare di disagio psichico quando si ha a che fare con la profonda sofferenza del corpo. Solo in questi ultimi anni – e forse il Kosovo ha costituito la prima esperienza significativa in questo senso – si sono cominciati a vedere con una certa regolarità anche psicologi e psichiatri nei campi profughi. Ciò però è avvenuto tra resistenze e difficoltà, tra espressioni di approvazione e altre di polemica, come testimonia l’esperienza del gruppo “Psichiatri senza frontiere”. In realtà il fenomeno del disagio psicosociale del profugo è un fenomeno sommerso: perché i profughi rifiutano il contatto con le istituzioni; e perché le stesse agenzie di accoglienza spesso rivelano “di non identificare” nei profughi il bisogno di intervento psicologico o psichiatrico.