In questi anni è più volte risuonato l’invito a considerare le ragioni del decadimento italiano nel quadro dei paesi industrializzati. Non si è però mostrata una sufficiente attenzione alla relazione che intercorre fra tale decadimento e l’affievolirsi della capacità della scuola di contribuire al progresso culturale, sociale ed economico. Eppure non sono mancati importanti segnali, provenienti soprattutto dalle ricerche comparative internazionali, che hanno visto in rapida caduta i livelli di apprendimento raggiunti nelle scuole italiane.
I cambiamenti introdotti dell’ordinamento del sistema scolastico non solo non sono apparsi in grado di conferire nuovo slancio alla crescita della scuola, ma tutto mostra che hanno peggiorato il quadro preesistente. Ai problemi di funzionamento della scuola sono state date soluzioni che esibiscono una modernizzazione di facciata, ma non sono in grado di offrire quel solido riferimento di cultura senza il quale non ci si può attendere che la scuola fornisca a bambini e ragazzi il corredo di conoscenze necessario per un positivo adattamento a condizioni di esistenza in rapida trasformazione. Al contrario, si è insistito su un’ambigua amplificazione della nozione di utilità, identificata con la possibilità di utilizzare ciò che è stato appreso nelle attività produttive. Non stupisce che risentano negativamente di simili scelte le competenze che si è soliti, non da oggi, definire di base, come la capacità di comprensione della lettura, le abilità matematiche, le conoscenze scientifiche.
Il bilancio del governo del sistema scolastico italiano in questo inizio di secolo è desolante. Gli insegnanti sono disorientati, le famiglie incerte sulle scelte da effettuare, l’opinione pubblica sconcertata dalla modestia delle decisioni a confronto con la magniloquenza degli annunci. Da questa scuola disfatta occorre riprendere il cammino.
