Condotte di molestie (persecuzioni, minacce e violenze) da parte di pazienti sono state da sempre descritte e collocate all’interno di diversi quadri clinici della psichiatria, quale “espressione comportamentale agita di uno specifico disturbo psicopatologico”. In alcuni pazienti, però, tali condotte acquistano una centralità e un significato del tutto peculiari: sono, sì, manifestazione e comunicazione della sofferenza, dunque “sintomo psichiatrico nella sua accezione paradigmatica”, ma nel contempo la modalità con cui questa sofferenza è proposta al mondo assume la fisionomia della ricerca estrema e disperata di una relazione interpersonale. Oggi il tema delle continue molestie dirette a un soggetto che, turbato e impotente, le subisce, sembra allargarsi sempre più ad aree della vita sociale estranee al campo psichiatrico.
Infatti la campagna di molestie può innescarsi, in assenza di qualunque precedente psicopatologico, nel contesto di dinamiche di rapporto piuttosto diffuse nella comunità e prendere forma, magari in modo strisciante, in una determinata situazione.
Gli autori, in tal senso, intendono riferirsi al partner rifiutato che non accetta la separazione; oppure all’individuo isolato e sprovveduto che aspira ostinatamente a un legame di intimità; oppure al soggetto che “si dedica a punire” qualcuno da cui ritiene di aver ricevuto un torto. Questo tipo, “modello” di comportamento, in inglese è stato denominato stalking: termine mutuato dal linguaggio della caccia, che letteralmente significa “fare la posta, braccare, pedinare”. Emblematico. Il concetto di stalking, Molestie Assillanti riunifica quindi in un’unica categoria gruppi di azioni note e già descritte come “parte di condotte devianti più complesse”, ma anche atteggiamenti o gesti in qualche modo connessi a particolari cambiamenti della società contemporanea: la crisi dell’indissolubilità del matrimonio; le modificazioni dei rituali di corteggiamento; gli sviluppi della tecnologia della comunicazione; il rilievo culturale assunto dai media.