Il Terzo Sistema sta attraversando un periodo di transizione di cui non è facile cogliere la natura e prevedere gli esiti. Idee divergenti leggono la sua crescita sia in chiave positiva che negativa.
Da un lato c’è chi enfatizza la capacità del non profit di creare lavoro, lanciando previsioni molto ottimiste. Su questo fronte si sono qualificate le forze di governo in Italia e prima ancora in Europa. Da quando nel 1996 il Libro Bianco di Delors ha indicato 17 settori economici che potranno dare nuova occupazione nei prossimi anni, tutti settori in cui associazioni e cooperative sociali sono ben posizionate, si vanno moltiplicando le ricerche revisionali sulla creazione di lavoro nel non profit.
Sull’altro fronte c’è chi osserva con apprensione la crescita di un ambiente produttivo dove la maggioranza dei rapporti di collaborazione non sta alle regole dello Statuto dei lavoratori. Un’area nuova, che non si configura né come lavoro sommerso né come lavoro regolamentato, una sorta di limbo dove molte attività non possono neppure essere qualificate facilmente come lavoro, è inevitabile che metta in allarme il sindacato.
In particolare la condizione del socio-lavoratore, per la sua natura mista, ha accesso il sospetto che dietro la facciata di un “auto–imprenditore” si nasconda la sostanza di un lavoratore sfruttato in nero. Le forme organizzative che si sta dando il non profit, basate sull’adesione valoriale e l’alto investimento emotivo, aumentano anziché ridurre il rischio dell’auto-sfruttamento; infatti, la persona che si impegna sia in attività gratuite che in lavori retribuiti, quando mette in conto qualcosa di più dello scambio economico tradizionale, può abbassare la guardia rispetto a diritti irrinunciabili.