L’Autore compie una sorta di autocritica, che estende ai suoi colleghi del “management”, su due carenze fondamentali, e cioè: l’incapacità di trasferire nella realtà alcune felici intuizioni; l’incapacità di preparare nuove leve in grado di assicurare il ricambio delle energie necessarie per progredire. Vengono quindi messe sotto accusa le istituzioni scolastiche, le quali, anziché diffondere la “vera” cultura, basata sulla conoscenza dei fatti, degli uomini e dei fenomeni della natura, inclinano verso astrazioni verbali che distolgono poi i giovani da un reale interesse e amore per il lavoro. Perciò Martinoli insiste sui doveri dei docenti verso gli allievi, da formare “nella personalità e nel carattere” come validi protagonisti della società contemporanea. Per lo stesso motivo l’Autore ricorda che non solo era necessario “rompere l’isolamento concettuale in cui era vissuta sino allora la scuola italiana, dominio indisturbato dei pedagogisti”, ma occorreva “non trascurare i rapporti del processo educativo con la società e il suo divenire e con le sue esigenze sul piano economico e produttivo”.