Il libro si muove intorno a due idee-guida: il concetto di sperimentazione e quello di riduzione dei danni. Gli autori ritengono che l’antiproibizionismo possa ispirare una strategia operativa e pragmatica e possa suggerire misure concrete, tese al miglioramento (ovvero non peggioramento) delle condizioni quotidiane di ciò che viene definita tossicodipendenza e delle sue vittime. Fermo restando, pertanto, il “programma massimo” dell’antiproibizionismo – legalizzazione di produzione, distribuzione e consumo delle droghe – il volume espone “un programma minino”: progetti immediati e di medio periodo sul versante della sperimentazione e dell’innovazione, dell’elaborazione di soluzioni parziali e di misure di prevenzione e profilassi. Nei diversi saggi si spiega come la legalizzazione possa ostacolare i meccanismi di produzione e riproduzione della delinquenza grande e piccola: e, in primo luogo, possa scindere la condizione di tossicodipendente dalla condizione di criminale. Più in generale, alcuni saggi illustrano come la legge – qualunque legge – non abbia funzioni etiche né ideologiche, bensì squisitamente utilitaristico-strumentali: e debba, dunque, individuare soluzioni che governino le contraddizioni sociali senza pensare di chiuderle o di esorcizzarle. Pertanto, compito primario della legge è quello di legalizzare: ovvero indurre a uscire dalla extralegalità – conquistare alla visibilità di una condizione non più illegale – quanto produce sofferenza individuale e collettiva; e ridurre, con ciò, gli effetti di criminalizzazione e di ulteriore penalizzazione del tossicodipendente.