Mitscherlich affronta in questi suoi saggi il tema scottante di una medicina tuttora ancorata su vecchie posizioni incapaci di comprendere il “nuovo malato”, le cui sofferenze hanno origine, immediata o mediata, nel contesto sociale: dalla sua cellula prima, la famiglia, al “malessere” che tutto lo pervade.
Così l’uomo, visto riduttivamente come “laboratorio biochimico”, viene affidato agli esperti degli innumerevoli compartimenti stagni nei quali è stato scomposto da una medicina rigidamente oggettivante che ne ha dimenticato la psiche, la storia e la cultura, cioè quanto lo rende unico e irripetibile, una medicina tanto più disumanizzata quanto più specializzata e tuttora orientata verso il positivismo delle scienze sperimentali, in cui l’uomo – anziché oggetto-soggetto, con i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue aspirazioni giuste o sbagliate ma in genere indotte, appagate o deluse dall’ambiente –, è abbandonato a se stesso o coartato. Contro questa condizione l’uomo si ribella con la malattia psicosomatica, e a volte con la “pazzia”, prodotta da quella “malattia sociale” cui proprio la società non riconosce né l’autenticità né la rispettabilità della malattia definita organica.
