Marcuse Popper: un confronto che all’inizio degli anni settanta assumeva il colore di una sfida decisiva. Il gioco delle idee, mentre le piazze tumultuavano, sprigionava un potenziale intellettuale che usciva da ogni possibile cerchia accademica. Debordava nei sentimenti e nelle emozioni della gente. Era uno scontro sulla civiltà, su quale poteva essere, su quale doveva essere. Appunto sulla legittimità della riforma oppure sulla doverosità della rivoluzione. Rileggere le idee di questi due leader del nostro tempo, tornare a guardare le immagini della società da loro tracciate sulla base di una concezione filosofica, forse non significa solo rammemorare i decenni trascorsi. Forse non si tratta neppure di pronunciare un verdetto, fatti alla mano, di conferma della previsione dell’uno, Popper, o di smentita della previsione dell’altro, Marcuse. Accanto a questi riscontri la rilettura suggerisce una domanda: lo sviluppo, l’evoluzione regolare, la convergenza verso una civiltà mondiale è anche un movimento che estingue i conflitti e mette al sicuro la ragione? È una domanda solitaria, non accompagnata da una risposta. Il confronto Popper–Marcuse finisce con il rilanciarla.
