La straordinaria polisemia del termine “simbolo” ha fatto si che ogni autore che si sia occupato dei processi simbolici abbia conferito a quel termine uno o più valori confacenti unicamente alla propria prospettiva. Due significati fondamentali interessano tuttavia lo psicologo (e, a un diverso livello, il semiologo): quello che risolve il simbolo nell’accezione generale di “cultura” e pertanto fa della capacità simbolica (ad esempio il linguaggio) il vero specifico umano, ciò che distingue radicalmente l’uomo dalla natura; e quello che fa del simbolo il risultato di un processo bensì universale, ma straordinario rispetto alla norma culturale e sempre legato a eventi eccezionali dell’individuo e della cultura: una vera e propria “singolarità”, di cui la riflessione cerca costantemente la “legalità”, senza peraltro ritenere esauribile il suo compito. L’autore, in una serie di studi organicamente collegati, persegue l’intento di chiarire la complessa declinazione che il secondo significato del simbolo assume nel pensiero di C. G. Jung, spingendo il discorso anche contro lo stesso Jung e, in ogni caso, contro una troppo facile e pigra interpretazione dello junghismo.
