Un paese, un Ente, una Casa Alloggio, un gruppo di educatori e molto dolore: il dolore di chi dalla vita è stato segnato ed è alla ricerca di una sopportabilità minima dell’esistenza, e il dolore di chi tale ricerca deve incoraggiare. Le figure si muovono, in questo proscenio tragico, con estrema naturalezza. È la naturalezza di chi ha perso, più o meno irrimediabilmente, la padronanza del proprio destino individuale e si è allontanato dalla “normalità”; ed è anche la naturalezza del narratore partecipe che, nella vicenda, non è solo osservatore, ma “attor tragico”. Gli eventi descritti dall’Autore, sono sospesi tra realtà e finzione. La realtà è spesso così reale da sembrar finta. E la finzione non raramente sembra appartenere allo stesso mondo, germogliare da una comune radice. L’alone di tragica sofferenza che avvolge questo mondo incomunicante potrebbe così stemperare casi concreti e dolori singolari. Ma proprio a questo si oppone l’Autore. E, resa l’atmosfera di un’orchestra impazzita mai sintonizzata, intende restituire ad ognuno il colore del “suo” timbro, il tratteggio essenziale del “suo” volto.
