La dimensione narrativa si dispiega in ogni sfera dell’espressione umana, anche in quella che ha a che fare con l’esperienza spirituale e religiosa. Nel confronto tra esponenti del cristianesimo, dell’ebraismo, dell’Islam e del buddismo – che apre, significativamente, questo libro – emerge con vivezza la necessità del racconto per la comunicazione tra Dio e l’uomo. E sono racconti – per lo meno nella tradizione occidentale – in cui le somiglianze sono moto più numerose delle differenze. Il confronto diventa quindi anche uno scambio di storie, di narrazioni per certi aspetti coincidenti.
La seconda sfera è quella della sofferenza psichica e della cura: raccontare di sé può significare dare inizio a un processo di autoguarigione, ed è comunque un momento importante di recupero del senso, di ricostruzione dell’identità, di riallacciamento dei legami con il proprio passato e con la propria comunità di appartenenza.
Infine, il terzo ambito è un racconto “dialogato”, in cui donne e uomini si incontrano per riconoscersi come necessariamente “parziali”, quindi destinate e destinati a ritrovarsi – e anche questa appare come una necessità oltre che una speranza – allo stesso tempo “uguali” e “differenti”. E le differenze si declinano, ancora, e divengono multiple all’interno dei due generi, nell’intreccio tra diverse generazioni.
