Assistenti sociali, infermiere, ostetriche, insegnanti, tutte donne che svolgono lavori di cura, dialogando con le autrici si interrogano sulle motivazioni e sulle contraddizioni del loro mestiere.
Il lavoro di cura, quando è un’attività scelta, è sperimentato come molto gratificante perché implica una sorta di superamento della dicotomia tra mente e affettività: se le donne si sentono a proprio agio, come soggetti e come operatori, vivono un senso di continuità tra vita privata e lavoro che compensa la ripetitività delle mansioni o relativa invisibilità. La cultura dei servizi, oggi regno-ghetto femminile, si apre anche al mondo maschile se l’operatore sociale è persona intera, coinvolta senza esclusione di parti, che esprime nel lavoro le potenzialità implicite nell’essere, psichicamente, adulto e bambino, maschio e femmina, genitore e figlio.