In Italia, come in tutte le altre democrazie contemporanee, i minorenni non hanno alcuna rappresentanza politica. Ma questo come si concilia con il suffragio universale? Siamo di fronte a un difetto di democrazia? E con quali conseguenze economiche e sociali? Nelle democrazie moderne il voto è simbolo del diritto di partecipazione a un dividendo sociale, di cui la spesa pubblica esprime la dimensione monetaria. La partecipazione dei minorenni a tale dividendo, in assenza di voto, è lasciata alla lungimiranza dei partiti politici. Ma se l’orizzonte politico si ferma alla prossima legislatura, i bisogni dei minorenni scivolano fuori dall’agenda politica, dal momento che possono essere trascurati senza un danno immediato.
Riprendendo un’idea già formulata in Germania, in Austria e in altre democrazie, l’autore propone di attribuire il diritto di voto fin dalla nascita, delegandolo ai genitori. In questo modo i partiti, fra loro in competizione per il consenso elettorale, avrebbero un sicuro incentivo a tenere conto dei bisogni e delle preferenze dei minori nei loro programmi elettorali o nell’azione di governo. Una proposta forte, che si richiama al principio “un uomo, un voto” – maschio o femmina, adulto o neonato -, cardine delle tradizioni democratiche.