Con la stessa disincantata lucidità con cui ha analizzato la sua esperienza di sopravvissuto nel campo di sterminio di Auschwitz, l’autore analizza quell’implacabile perdita di terreno che chiamiamo invecchiare. “L’argomento – scrive nella prefazione – è l’individuo che invecchia nel suo rapporto con il tempo, con il proprio corpo, con la società, la natura e infine con la morte. Il percorso che Améry propone conduce in una sfera disarmata della coscienza in cui i paradossi del vivere si presentano nella loro agghiacciante e irriducibile verità. Smascherando con spietata determinazione i tentativi illusori di ricomporre le antinomie dell’esistenza in superiori unità di senso, Améry ci offre la testimonianza di una vocazione antiretorica fra le più persuasive del pensiero del Novecento. Una vocazione che sa opporsi tanto alle retoriche del senso comune (l’invecchiamento nobilitato dalla “rassegnazione”, dalla “saggezza crepuscolare” della “pacificazione” dei sensi) quanto a quelle più sottilmente ingannevoli della riflessione scientifico-culturale.