Si tratta di un vero e proprio testamento spirituale che l’autore, lui stesso affetto da sordità sin dalla prima infanzia, affida all’attenzione e alla memoria di quanti vorranno occuparsi di quella minoranza di sordi che, al pari di altrui svantaggiati, vivono ancora un’esistenza incerta ed emarginata. Ma anche una requisitoria e una denuncia nei confronti della scuola ufficiale italiana che in concreto non ha poi fatto tanti sforzi per capire i bisogni strutturali e socio-psicopedagogici dell’handicappato.
La tesi di fondo del volume è che il bambino sordo potrà riappropriarsi del suo ruolo e della sua identità solo se e quando potrà esprimersi e comunicare con l’unica sua lingua che possiede: la lingua gestuale-visiva. Si potrà capire il suo mondo, si potrà intendere la sua tensione esistenziale solo a partire dalla sua lingua gestuale che, per la sua stessa natura, non esprime mai un contatto vivo, emotivo con la vita, ma un rapporto immediato, diretto.