Cos’è “mafia”? Possiamo considerare questo fenomeno sfuggente e terribile come equivalente a una generica “criminalità organizzata”? Possiamo annacquarlo nel mare delle illegalità italiane, nelle lobby, negli apparati deviati, nel clientelismo, nell’affarismo, nella corruzione? Oppure possiamo equipararlo a presunte copie russe, cinesi, o almeno alla consorella americana?
Il volume di Salvatore Lupo si oppone ad ogni confusione di linguaggio. La mafia siciliana non è una fenomenologia, apparentabile a tante altre, né tantomeno una peculiarità del comportamento isolano. La mafia siciliana è un’organizzazione, ha una struttura, un’ideologia, una straordinaria continuità storica, da più di cento anni scritta col sangue da Cupole e pentiti, maxiprocessi e veleni politici, vittorie e sconfitte di poliziotti e magistrati. La mafia fa affari ma non è una congrega di affaristi. Traffica ma non è una banda di trafficanti. Tratta con i politici ma non è un partito politico. Essa piuttosto aspira a modellarsi sullo Stato prendendone in appalto le funzioni fondamentali, dal monopolio della violenza al controllo territoriale. Ecco allora la necessità di ricostruire la vita secolare delle “signorie territoriali”, dei gruppi familiari e criminali operanti innanzitutto nei ristretti territori della città e della provincia di Palermo, vero e stabile fulcro dell’organizzazione mafiosa; da qui ripartendo fino a sciogliere i mille sanguinosi fili che la connettono alla nazione e al più vasto mondo.