“Un posto dove uno sbaglia e gli è concesso. Dove lo accettano per quello che è… e lo accettano tutti. Un posto dove sbagliare ha lo stesso valore di non sbagliare. Dove uno non sente il peso della colpa che non capisce. Gli basta quello dell’infelicità”.
E l’infelicità che a Milano l’autrice incontra come volontaria, prima presso il Tribunale dei minori e poi a Comunità Nuova, è davvero grande. Quasi impalpabile: è incapacità di vivere, di dare un senso all’affaccendarsi quotidiano dei genitori e dei figli, entrambi barricati dietro a muri di silenzio, di sospetto e rassegnazione. Siamo agli inizi anni Settanta e nuove utopie culturali e politiche sconvolgono le comuni abitudini di chi non è più giovane mentre ispirano originali, balorde, spesso tragiche storie di vita. Gli “altri”, gli operatori, i volontari come l’autrice non sono meno coinvolti: avevano creduto che bastasse la buona volontà, l’entusiasmo, il bisogno di sperimentare la solidarietà e a fatica devono imparare a tener fuori dalla porta i sogni e a fare i conti quotidianamente con i fallimenti e la disperazione della gente. Con pensosità critica, velata talvolta dalla nostalgia di un’alternativa alla realtà che la circonda, l’autrice ha ricostruito il mondo della metropoli. Ma anche l’illusione, per ciascuno di noi sempre attuale, di trovare o reinventare un posto per sbagliare.
