A partire da una ricerca su un campo profughi nel disastrato Kosovo del dopoguerra, l’autore riflette in particolare sulla relazione che salda il riemergere dei campi all’affermarsi della figura “vuota” dei diritti umani quale unica prerogativa attribuita a soggetti che eccedono ogni forma di appartenenza. Dalle logiche umanitarie che ispirano i campi profughi, alle politiche sicuritarie che producono l’internamento dei migranti, l’ipotesi è che la “forma” campo determini sempre un’esclusione radicale, per certi versi irrecuperabile, restituendo l’immagine di un’umanità “superflua”. Emergency Temporary Locations, Temporary Protected Areas, Zones d’attende, Centri di permanenza temporanea, sono nomi che denotano forma di sconfinamento.
Il libro si costruisce su due parti distinte: la prima, essenzialmente teorica, muove dal tentativo di mappare la produzione di eccedenza come tratto distintivo del presente, e si motiva sulla necessità di dare consistenza storica all’ipotesi che legge i campi come luoghi per confinare e produrre un’umanità in eccesso.
La seconda parte, invece, indaga più da vicino la situazione emersa dalla guerra del Kosovo, e soprattutto la specifica “idea di umanità” che di quel conflitto ha sorretto i presupposti e legittimato gli esiti.