Capodarco Ecuador guarda al futuro: studi universitari per i giovani con disabilità

“Per essere parte di Capodarco bisogna essere un po’ pazzi, perché pensiamo che le cose possono cambiare”. Le parole di Padre Jaime Alvarez, presidente della Comunità di Capodarco dell’Ecuador, pronunciate durante le celebrazioni dei 30 anni della realtà ecuadoriana, fanno comprendere come “l’utopia” di Capodarco sia […]

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capodarco ecuador guarda al futuro: studi universitari per i giovani con disabilità

Per essere parte di Capodarco bisogna essere un po’ pazzi, perché pensiamo che le cose possono cambiare”. Le parole di Padre Jaime Alvarez, presidente della Comunità di Capodarco dell’Ecuador, pronunciate durante le celebrazioni dei 30 anni della realtà ecuadoriana, fanno comprendere come “l’utopia” di Capodarco sia ancora una formula viva e contagiosa. I festeggiamenti si sono svolti il 24 agosto 2019 a Penipe: il presidente della Comunità nazionale Vinicio Albanesi e Riccardo Sollini (vicepresidente della Capodarco di Fermo) hanno deciso di volare fino in Sudamerica, pur di non mancare a questa importante occasione. Un momento affettuoso, pieno di gratitudine e rispetto, terminato con il ringraziamento per l’impegno di quanti, con il loro lavoro e la loro presenza, portano avanti i valori comunitari, anche nelle situazioni più difficili.

UN PONTE SOLIDALE LUNGO QUASI 30 ANNI

Il partenariato internazionale tra la realtà di Capodarco e quella dell’Ecuador si è realizzato alla fine del 1992, quando venne instaurata una collaborazione con i responsabili del piccolo centro-socio-sanitario Cebycam di Penipe, impegnato ad affrontare una situazione socio-sanitaria precaria: povertà diffusa e percentuale elevatissima di persone con disabilità, causata in gran parte dal “gozzo endemico”. Una collaborazione risultata vincente, il cui punto di forza è stato la capacità di rivolgere l’attenzione a più variabili: dalle esigenze economiche agli interessi politici, senza contare la costante e proficua interazione tra i partner coinvolti. L’area di intervento è cresciuta coprendo più soggetti (emarginati, disabili, bambini a rischio, donne, indigeni), attraverso programmi comunitari di tipo integrato (salute, educazione, formazione e lavoro).

I RICORDI SONO TANTI

I ricordi accumulati negli anni sono molti: “dalla prima carrozzina elettrica portata in Ecuador alla nascita della fabbrica di scarpe”. Il presidente Albanesi prendendo la parola, ha condiviso i momenti salienti del rapporto con questa lontana realtà. Per ribadire continuità di intenti, condivisione e volontà di vicinanza, ha colto l’occasione per presentare a tutti il vicepresidente Riccardo Sollini: “Mi seguirà quando le forze non mi permetteranno di venire a Penipe, come ho fatto per oltre 25 anni”.

LO STUDIO COME EMANCIPAZIONE

Durante le celebrazioni la Comunità di Capodarco di Penipe ha presentato un nuovo progetto: “l’idea è quella di costruire una casa vicina alle Università di Riobamba – racconta Sollini – per permettere ai figli dei comunitari e ad altre persone povere, di frequentare gli studi. Uno dei punti fermi su cui è cresciuta la Comunità di Capodarco di Penipe è proprio quello di favorire lo studio delle persone con disabilità, come strumento di emancipazione. Di fatti, sono moltissime le persone laureate presenti nella struttura. Dopo 30 anni di attività siamo alla terza generazione di comunitari, pertanto è forte la spinta verso il futuro”.

IL SOGNO “PAZZO” DI CAPODARCO

“Sono molte le prime pietre che abbiamo posto come Comunità di Capodarco di Penipe – dichiara Padre Jaime -. Quando tutti i disabili erano istituzionalizzati, Capodarco è riuscita a rompere le sbarre dell’istituto e ha creato uno spazio di indipendenza. Il disabile, come era da noi, non contava niente. Quando si entra a Capodarco ognuno diventa protagonista della propria vita. Tutti abbiamo la possibilità di cambiare ed essere parte di una comunità”. Padre Jaime ricorda il messaggio di Capodarco “non bisogna mai fermarsi, ma essere parte della vita e della società. Questi sono sogni e servono per non perdere la memoria e per mantenere acceso il cervello. Quelli che vivranno qui, i nostri figli che impareranno e studieranno, manterranno vivi i valori, per questo vale la pena fare dei sacrifici. Oggi questo è un deserto, ma noi siamo abituati a creare un giardino nel deserto. Vedremo il frutto che verrà, vedremo i nostri ragazzi che studieranno e andranno avanti. È un progetto per gente pazza, per gente che sogna, per gente che vede già quello che saràche rompe i muri prefabbricati e costruisce nuovi spazi”.

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Redazione Capodarco

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