Hikikomori: si inizia con il rifiutare le uscite, lo sport, ma si arriva ad abbandonare la scuola. In Italia 60mila casi

“L’isolamento sociale è molto particolare perché ha una componente volontaria. Sono soprattutto ragazzi maschi e non vogliono, non accettano aiuto. Il loro isolamento viene vissuto come una scelta: si inizia con il rifiutare le uscite, lo sport, ma si arriva ad abbandonare la scuola. L’età più critica è tra […]

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hikikomori: si inizia con il rifiutare le uscite, lo sport, ma si arriva ad abbandonare la scuola. in italia 60mila casi

“L’isolamento sociale è molto particolare perché ha una componente volontaria. Sono soprattutto ragazzi maschi e non vogliono, non accettano aiuto. Il loro isolamento viene vissuto come una scelta: si inizia con il rifiutare le uscite, lo sport, ma si arriva ad abbandonare la scuola. L’età più critica è tra la scuola secondaria di primo e quella di secondo grado con un’età media di 15 anni. Molti ragazzi scappano anche dai genitori e si chiudono in camera. Il rischio è che questa condizione si cronicizzi e patologizzi: nella fase iniziale non sembra un disturbo, ma un disagio”. A tracciare questo quadro sull’isolamento dei giovani e il fenomeno Hikikomori e la necessità di intervenire in modo tempestivo è Marco Crepaldi, psicologo e presidente fondatore di Hikikomori Italia audito dalla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza sul disagio giovanile.

Dietro quest’isolamento volontario, spiega l’esperto, “ci sono anche casi di bullismo e magari c’è un’ideazione suicidaria dove l’agito viene sostituito dal ritiro. L’elemento volontario non vuol dire che il giovane sta bene, ma continua ad avere forti ansie, vergogna; c’è anche una possibile correlazione tra l’hikikomori e sindromi come l’autismo”. Lo psicologo spiega che questo ritiro sociale “riguarda tutti coloro che si sentono diversi o respinti o hanno pressioni dai genitori, che magari rimbalzano attese sociali o sono di successo. Nei casi gravissimi i genitori non vedono i figli isolati per anni. In Giappone- ricorda Crepaldi- all’inizio venivano considerati psichiatrici, ma nella maggioranza dei casi il ritiro sociale volontario non è legato a patologie, ma a un disturbo di tipo adattativo e può diventare estremo e senza una fine stabilita (in Giappone ci sono anche casi over 40) se non si ha supporto da scuola o famiglia. Anche le scuole devono essere pronte con piani didattici personalizzati”. Difficile avere contezza dei numeri: “Secondo l’Istituto superiore sanità- riporta l’esperto– parliamo di 60mila casi nelle scuole secondarie ma sono giovani che continuano a frequentare la scuola, siamo nella fase 1″.

E i social e il web? Secondo Crepaldi “inaspriscono, ma non sono la causa diretta: l’aumento della competizione sociale e l’iperprotezione dei genitori portano ad un’eterna adolescenza“, in fondo la chiusura nella propria cameretta è questo. I numeri dicono che “gli isolati tra i 6 mesi e 1 anno sono uomini”, probabilmente meno abituati a condividere e parlare di sé. La Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza sul disagio giovanile oggi ha ascoltato anche Elisa Fazzi, professoressa ordinaria di neuropsichiatria infantile presso l’Università degli Studi di Brescia e presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia), che su disagio e patologie neuropsichiatriche dei giovani puntualizza come “disturbi di ansia e di umore iniziano ben prima dell’adolescenza, ma fin dai primi anni di vita e possono evolvere poi in patologie bipolari. In adolescenza emergono invece disturbi come schizofrenia e psicosi“. Precocità e azioni tempestive su neurosviluppo diventano strumenti per contenere i danni e magari far rientrare i problemi.  “I disturbi neuropsichiatrici in età evolutiva colpiscono 1 giovane su 5 e causano disabilità long life e disturbi in età adulta. Ma l’intervento tempestivo può cambiare il decorso. I disturbi del neurosviluppo infatti vengono tanto dal concepimento e fattori genetici, quanto da fattori ambientali”, spiega.

Quindi con la “plasticità del sistema nervoso centrale del bambino è possibile che questi disturbi si riaggiustino e migliorino, cosi come ambienti sfavorevoli possono farli peggiorare. Purtroppo- denuncia la neuropsichiatra- ci sono risposte disomogenee nelle regioni, assenza di investimenti, e stigma e poche specializzazioni perchè la neuropsichiatria infantile non è considerata servizio indispensabile. Sul territorio nazionale ci sono solo 403 letti e 5 regioni (Valle d’Aosta, Umbria, Abruzzo, Basilicata e Calabria) non hanno nemmeno un letto. I servizi sono gravemente sottodimensionati”, conclude.

Fonte: Agenzia DIRE

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Redazione Capodarco

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