“Voglio vivere”: la lotta all’atassia è una lezione senza proclami

La mamma e la sorella avevano chiesto insistentemente di accogliere il loro figlio e fratello in comunità. La sua atassia l’aveva già costretto in carrozzina: stare a casa isolato era diventato un calvario. La malattia si era manifestata già a 13 anni. Aveva frequentato le scuole e s’era […]

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La mamma e la sorella avevano chiesto insistentemente di accogliere il loro figlio e fratello in comunità. La sua atassia l’aveva già costretto in carrozzina: stare a casa isolato era diventato un calvario. La malattia si era manifestata già a 13 anni. Aveva frequentato le scuole e s’era iscritto a psicologia, conseguendone la laurea a Urbino.

In comunità si era ritrovato subito bene. Un ragazzone con i suoi tatuaggi e con la voglia di lottare e di vivere. Conversava volentieri con tutti e a me poneva quesiti sulla dottrina del grande psicologo tedesco Carl Gustav Jung. Mi poneva domande precise: schernendomi per non saper cosa dire, rispondevo che non era materia di mia competenza. Aveva iniziato a scrivere un libro a cui teneva molto, nonostante la fatica per comporlo. Mi diceva che non riusciva a concentrarsi e che si sentiva troppo stanco.

Una brutta polmonite negli ultimi mesi l’aveva debilitato: dolori, mancanza di respiro, disagio motorio. Grande mangiatore, ghiotto di parmigiano, nell’ultimo mese stentava a deglutire. All’acqua da bere occorreva aggiungere l’addensante. Nell’ultima settimana, più volte con il 118, l’avevamo accompagnato al pronto soccorso. I parametri respiratori e cardiaci, nonostante la situazione compromessa, non lasciavano presagire la morte imminente.

L’ultima settimana è stata terribile: grande insofferenza, crisi di pianto e motorie. In precedenza aveva voluto tenere la mamma distante dalle sue sofferenze. Negli ultimi giorni la volle accanto a sé. In fortissima agitazione le gridava “voglio vivere”, “non voglio morire”. Lei lo teneva per mano tranquillizzandolo. Stava morendo e non erano apparsi i classici segni dell’agonia. I medici hanno fatto tutto il possibile: dopo tre giorni, appena in ingresso in rianimazione, se n’è andato. L’abbiamo accolto nella nostra cappella. Alle 9 di sera, l’abbiamo salutato con una cerimonia di famiglia. Il suo viso era disteso. La sua faccia non mostrava più i segni oscuri dell’infarto.

La mamma si è posta accanto a lui; l’ha tenuto per mano per tutto il tempo; non ha voluto mangiare nulla; l’ha accarezzato fino a che, a mezzanotte, ho fatto chiudere la cappella. All’indomani, durante la cerimonia funebre, lei si è posta in piedi di fianco alla bara, con la mano appoggiata al braccio del figlio.

Sembrava la pietà di Michelangelo. Per tutta le cerimonia non l’ha lasciato un attimo; ha accolto accanto a sé la figlia. Insieme hanno vegliato quel loro figlio e fratello. Molti ragazzi hanno scritto e voluto leggere dei messaggi. Al posto della prima lettura della Messa abbiamo ascoltato quelle voci di amici che erano rimasti impressionati dal coraggio di quel ragazzo.

La sorella si è impegnata a pubblicare il suo libro. Non ne conosco il contenuto. Un ricordo vivo delle sue parole per dire che la vita vale la pena di essere vissuta: con intensità, con entusiasmo, con coraggio. Grazie della lezione ricevuta, senza proclami e senza dichiarazioni contro una malattia cattiva. Ti mangia tutto lentamente invalidandoti; non riesce a mangiarti l’anima.

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Redazione Capodarco

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