LA “NUOVA CRISTIANITÀ” PERDUTA

    A metà degli anni Trenta, in Umanesimo integrale, Jacques Maritain delineava l’“ideale storico concreto” di una “nuova cristianità”; un disegno che aveva radici profonde nella storia del cattolicesimo europeo.
    Ma nel nostro paese le energie cattoliche che si sono poste in movimento in quegli anni per la costruzione di una cristianità nuova, che si collocasse oltre la contrapposizione storica fra capitalismo e comunismo, di fatto hanno creato le condizioni di una nuova fase di compromesso fra capitalismo e democrazia e hanno reso perciò possibile quello sviluppo industriale che l’Italia ha conosciuto.
    Per una paradossale eterogenesi dei fini, mentre i cattolici si scontravano nelle piazze con la presenza comunista, considerata il pericolo maggiore per la fede degli italiani, o contestavano nello Stato i residui spazi del laicismo risorgimentale, il nemico vero è venuto alle spalle, silenzioso e a lungo inavvertito, nelle forme della società consumistica, destinata a corrodere in profondità la fede del popolo italiano.
    Una visione coraggiosa e spregiudicata della realtà nuova della secolarizzazione è la condizione, per i cristiani, di un impegno attivo e responsabile nella società industriale e post-industriale. Una profonda spiritualità è la garanzia dalle tentazioni opposte della fuga dal mondo o della caduta nel pragmatismo. Il volume, partendo da un’analisi storica su quel che è accaduto, approda da una riflessione sulle condizioni di una rinnovata presenza cristiana nella società del nostro tempo.

      LA “NUOVA CRISTIANITÀ” PERDUTA