“…poi d’un tratto quando frequentavo la scuola elementare di Portoferraio cominciai a schivare le persone e a vederle come prevaricatrici e provocatorie…”. Quando Paolo inizia a camminare con le braccia larghe l’ombra della malattia arriva a turbare gli anni spensierati di lui e di suo fratello Carlo Gnetti, che attraverso una scrittura profonda e intensa racconta la storia di una famiglia, della sua famiglia, alle prese con la malattia mentale.

“Non so se è una malattia. Potrebbe non essere nulla di serio.

Ma se è una malattia che inizia a questa età, allora si tratta di qualcosa di molto grave”, questa la risposta data alla mamma del ragazzino dal neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea che a quell’epoca lo visitò. Da osservatore direttamente coinvolto Gnetti racconta le tappe della malattia di Paolo, fino al primo ricovero al Paolo Pini di Milano e via via in tutte le successive strutture, passando per tutte le esperienze intermedie: padiglioni aperti, manicomio, comunità terapeutica, casa famiglia, residenza sanitaria assistita.

Gnetti racconta del primo incontro tra lui e suo fratello ricoverato dentro una struttura, un fratello non più riconoscibile come compagno di giochi ma solo come un malato “strappato alla normalità e alle certezze della famiglia, divenuto ‘paziente’ all’interno di un sistema di cura (di cura?)” a loro sconosciuto. E quella parola ‘schizofrenia’ così lontana dagli orizzonti familiari che comincia mano a mano a entrare nel loro lessico.

Paolo così sensibile che la sua soglia di bisogno è estremamente alta, anzi irraggiungibile. Paolo che non ascolta più le loro voci ma altre voci che lo dirigono dall’interno.

Paolo che alterna periodi di tranquillità in cui con lui si parla in termini quasi “normali” e ci si può aspettare risposte quasi coerenti a momenti in cui la rabbia esplode come raptus incontenibili, con parolacce, aggressioni verbali, talvolta fisiche, anche se in generale erano rivolte più a se stesso. A volte scrive l’autore la risposta possibile a quella rabbia era di urlare più forte di lui.

Mai mostrargli la propria paura. Avere un fratello matto è un fardello, una vergogna a volte, ti rivedi in lui e hai il timore che la sua malattia non riguardi solo lui ma possa contagiare persino te.

Gnetti riassume in maniera ferma e senza sconti malattia mentale, trattamenti psicopatologici, impatto devastante degli psicofarmaci, elettroshock, effetti della legge 180. Paolo era destinato a seguire tutte le tappe del manicomio.

“Quando hai un fratello matto, riconosci qualche spicchio della tua follia nei suoi comportamenti, così come lui cerca disperatamente la sua normalità nei tuoi”. Il libro si chiude con la relazione della psicologa Franca Merlo che dal 1991 al 1995 ha usato l’art therapy con Paolo scoprendo la sua capacità di esprimersi e disegnare.

“Cambiai, di colpo le cose mi apparvero diverse dal solito perché dato l’innumerevole cambiamento della routine quotidiana io mi barcamenavo cercando le apparenze…” Paolo Gnetti è scomparso nell’aprile del 2009.

Dettagli Libro

  • Autore

    Carlo Gnetti

  • EditoreEdiesse editrice
  • CollanaCarta bianca
  • Edizione1ª edizione
  • Anno2010
  • Pagine204
  • ISBN88-230-1508-1
  • LinguaItaliano
  • PrefazioneGianfranco Palma
  • Copie1
IL BAMBINO CON LE BRACCIA LARGHE