Ci sono autobiografie che costituiscono un recupero della propria soggettività e del proprio vissuto, ce lo ricorda Claudio Magris nell’introduzione al testo “La stanza dei pesci” di Flora Tommaseo. “Colpisce in questo libro – prosegue Magris – la grande differenza fra il dolore, la sofferenza, il disordine la confusione di ciò che viene raccontato e la pacatezza, la classica oggettività, la ferma pulizia linguistica con cui lo si racconta”.
Un romanzo di vita vera, dolorosamente vera, che l’autrice attraverso l’alter ego di Matilde racconta in forma di diario, in cui descrive un anno della sua esistenza, le emozioni, le frustrazioni, i fallimenti a cui è andata incontro tra rabbia, violenza e droga. Attraverso la scrittura Flora Tommaseo desidera rintracciare se stessa in un “tentativo non solo di dire e comunicare la verità del proprio vissuto, ma di ritrovarlo, riappropriarsene” specialmente quando, come nei casi di emarginazione sociale, oppressione e infelicità, malattia, disturbi psichici reali o considerati tali, si ha la sensazione di essersi perduti, di essere stati espropriati della propria vita “di essere andati o di andare alla deriva”.
Un’opera di formazione, per tornare a vivere, a riorganizzare la propria vita in rapporto con il mondo senza l’aiuto delle droghe, dell’alcool o dei farmaci, per uscire dall’acquario e arrivare al mare, perché se è pur vero che “un pesce dentro un acquario, per quanto possa nuotare, sbattere le pinne, dimenarsi, salire fino su per poi scendere fino a giù, resterà sempre un pesce dentro un acquario” l’autrice ci insegna che uscire dall’acquario è possibile, e lei, nonostante traguardi e ricadute, è stata capace di vivere ed ha imparato a nuotare. Un forte esempio che dimostra, scrive Magris, la verità dei motti “Impazzire si può”, “Guarire si può”.
Dettagli Libro
Autore
Flora Tommaseo
- EditoreAlpha Beta Verlag
- Collana180 Archivio critico della salute mentale
- Edizione1ª edizione
- Anno2013
- Pagine285
- ISBN978-88-7223-211-8
- LinguaItaliano
- Copie1


