FRONTIERE DEL “MADE IN ITALY”

    Cos’è che rende le merci italiane dei prodotti d’ “eccellenza”? In cosa consistono il “gusto” e la “bellezza” a cui solitamente vengono associate? E soprattutto, perché la provenienza geografica ne è, nel bene e nel male, un attributo distintivo?

    È il resoconto dell’osservazione etnografica dell’attività di imprese italiane localizzate nelle due città rumene di Cluj-Napoca e Timisoara tra il 1999 e il 2007. Il testo parte da un’analisi dei luoghi di produzione per “scivolare” verso i luoghi di consumo dei prodotti italiani, aprendo la ricerca a tutta la rete di relazioni sociali che sono implicate nei diversi contesti di produzione e consumo.

    In particolare la ricerca mette al centro la persona partecipe del processo produttivo intesa come corpo oggettificato al lavoro. La transizione epocale dello Stato e del mercato avvenuta in Romania dopo il 1989 ha avuto un grosso impatto sulla vita quotidiana delle persone.

    L’autrice intende mettere in luce quanto la cosiddetta delocalizzazione produttiva seguita alla europeizzazione di stampo neo-liberista della Romania post-socialista vada considerata alla luce dei concetti di luogo ed identità. Vale a dire che si rende necessaria una lettura del marchio “made in Italy” che, guardando oltre gli oggetti stessi, tenga conto dei processi sociali, economici e politici che avvengono negli effettivi paesi di produzione, diversi dall’Italia e delle conseguenze che tali processi producono nell’identità dei paesi stessi.

    Gli italiani di Timisoara sono soprattutto piccoli e medi imprenditori attirati dal basso costo della manodopera e dalla fiscalità vantaggiosa, che lavorano le materie prime provenienti dall’Italia e reimmettono prodotti nei mercati occidentali. I prodotti lavorati da manodopera non qualificata in Romania non hanno identità specifica, sono anonimi.

    Acquistano italianità in funzione di scatole o etichette, dell’allestimento del negozio o del personale. L’aspetto ignorato dagli economisti e che invece interessa il punto di vista etnografico è che questo processo oscura il rapporto essenziale fra merci, luoghi e persone.

    Ignora ad esempio il fatto che il potere contrattuale è diverso in città diverse a seconda del livello di concorrenza, ignora l’assenza di attività sindacale, ignora le condizioni di lavoro degli impiegati, le differenziazioni del lavoro in base al genere. L’attenzione passa poi alle merci, attraverso l’uso e la rivisitazione di certe categorie marxiane.

    Quanto più le merci si animano (feticismo delle merci) tanto più le persone si oggettificano e le merci diventano simboli di status e posizione sociale.

    L’autrice tenta soprattutto di dare una risposta ad una domanda fondamentale che sorge da questo processo di delocalizzazione: quali sono le caratteristiche dell’autenticità? Che cosa distingue l’autentico “made in Italy” dal prodotto contraffatto?

    Dettagli Libro

    • Autore

      Veronica Redini

    • EditoreOmbre corte
    • CollanaCulture
    • Edizione1ª edizione
    • Anno2008
    • Pagine176
    • ISBN9788895366173
    • Linguaitaliano
    • Prezzo15,00
    • Copie1
    • Link esternohttp://www.ombrecorte.it/

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