“Come Socrate – scrive Bourdieu nella prefazione -, l’immigrato è atopos, senza luogo, fuori posto, inclassificabile. Né cittadino, né straniero, né veramente dalla parte dello stesso, né totalmente dalla parte dell’Altro, l’immigrato si colloca in quel luogo ‘bastardo’ di cui parla anche Platone, al confine tra l’essere e il non-essere sociale.
E’ una raccolta di tre articoli del sociologo algerino Abdelmalek Sayad. I primi due sono stati scritti alla fine degli anni Settanta, ma sono estremamente attuali, il terzo alla fine degli anni Novanta.
Interrogandosi in primo luogo sugli stessi strumenti di analisi sociologica e prendendo come modello di riferimento l’immigrazione algerina in Francia, la riflessione del sociologo è preziosa proprio nel momento in cui la sua ricerca restituisce agli immigrati la specificità culturale che spesso molti analisti appartenenti alle società d’accoglienza ignorano, consapevolmente o meno. Quali sono i paradossi dell’alterità? L’immigrato si pone come la cartina tornasole dell’inconscio collettivo nel momento in cui esce dallo status a cui è stato relegato e trova nuovi spazi nella società d’accoglienza.
La presenza dell’immigrato, percepita come esterna, si giustifica con tutta una serie di “illusioni”: la provvisorietà della presenza, il lavoro come motivo della presenza, la neutralità della politica (la funzione politica dell’immigrato viene mascherata da quella economica). Nel momento in cui ci si accorge che la presenza diventa duratura se non definitiva, l’illusione lascia il posto alla “scoperta” e la scoperta mette in gioco la persona disarmata – disarmata dagli strumenti che la ragione ha fornito fino ad allora – di fronte al volto dell’alterità.
L’atteggiamento principalmente interessato nei confronti dell’immigrato – un interesse di tipo economico, scientifico, culturale, giuridico, storico e via dicendo – non è più giustificabile nel momento in cui l’immigrato si trova a metà strada fra un ritorno in patria impossibile e una naturalizzazione incompleta, nel momento in cui il confine fra gruppi nazionali e gruppi non-nazionali si fa equivoco. Si crea quindi la condizione, paradossale appunto, dell’illusione di una presenza provvisoria dell’immigrato che però, di fatto, è definitiva ma che per rimanere tale ha bisogno di conferme reiterate.
La presenza dell’immigrato viene valutata, in funzione del lavoro, solo sulla base di una ponderazione economica di “costi” (possibilmente nulli) e “benefici” per la società d’accoglienza e solo in maniera provvisoria, anche quando l’immigrato nasce, lavora e muore nel paese d’accoglienza. Si tende a garantirgli un livello minimo di diritti civili, sempre ridotti all’essenziale e sempre in modo da non incidere sullo status di subalternità del “non-cittadino”, che va “educato”, “riabilitato”, “ri-acculturato”, ma sempre in un’ottica etnocentrica.
Strutturalmente connessa al lavoro, Sayad rinviene nella questione dell’alloggio un ulteriore fattore di identificazione “ufficiale” dell’immigrato. Il libro si conclude con un saggio sul ritorno, nozione intrinsecamente connessa al concetto di migrazione.
La condizione dell’immigrato, che in questo saggio viene analizzata dall’interno, è definita tanto dalla percezione della società d’accoglienza, quanto da quella che l’immigrato ha di se stesso nel vivere la propria condizione di esilio e nostalgia.
Dettagli Libro
Autore
Abdelmalek Sayad
- EditoreOmbre corte
- CollanaCulture
- Edizione1ª edizione
- Anno2008
- Pagine128
- ISBN8895366107
- Linguaitaliano
- Prezzo9,50
- PrefazionePierre Bourdieu
- Copie1
- Link esternohttp://www.ombrecorte.it/

L’IMMIGRAZIONE O I PARADOSSI DELL’ALTERITÀ
Copertina mancante.

